L’importanza della missione UNIFIL: 13 anni di stabilità tra Libano e Israele

The Lebanon-Israeli maritime dispute. Graphic: The National

L’annuncio del Premier libanese Saad Hariri, nel corso della sua visita a Washington, circa un possibile passaggio dalla cessazione delle ostilità ad un cessate il fuoco con Israele, attraverso il coinvolgimento delle Nazioni Unite, si presta a molteplici letture. In primo luogo, le dichiarazioni del Premier libanese, orientate a ricomporre quanto prima, grazie anche al ruolo statunitense, le tensioni con Israele circa la delimitazione del confine marittimo, così essenziale per il Libano per lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche (petrolio e gas), fanno comprendere quanto il Paese dei Cedri stia cercando, nonostante le sanzioni statunitensi ad alcuni importanti esponenti parlamentari di Hezbollah, di restare il più possibile fuori dalle tensioni regionali che vedono Stati Uniti e Iran alternarsi reciproche accuse, pericolosi incidenti militari a tentativi, per il momento non ancora fruttuosi, di realizzare un nuovo deal sul dossier nucleare. Vi sono poi altre due considerazioni da tenere presente per un’approfondita lettura di alcuni passaggi delle dichiarazioni del Premier Saad Hariri negli Stati Uniti. Il Libano è da sempre il termometro delle tensioni regionali e, in molti casi, è il paese dove si consumano crisi, conflitti e tentativi di mediazione tra gli attori regionali. Il secondo punto, ribadito dal Premier con un preciso riferimento alla Risoluzione ONU 1701 del 2006 con la quale si pose fine al conflitto tra Israele e gli Hezbollah, ci fa comprendere quanto preziosa sia stata l’opera della missione UNIFIL, oggi guidata dal Generale di Divisione Stefano Del Col e che vede, al comando del Settore Ovest dell’UNIFIL e della Joint Task Force italiana, il Generale di Brigata Bruno Pisciotta. La missione, che ha visto dal 2006 ad oggi i nostri militari protagonisti nel garantire 13 anni di stabilità lungo la linea di demarcazione più instabile del Medio Oriente, si conferma il migliore strumento per consentire e facilitare il dialogo tra le parti. Se oggi il Premier Hariri è arrivato ad ipotizzare un simile scenario, non affatto scontato in una fase complessa come quella attuale, e rispetto al quale la politica e la diplomazia molto dovranno ancora fare, lo si deve al lavoro e alle condizioni create con pazienza, abnegazione e professionalità dai nostri militari, dai nostri Comandanti e dagli altri 10,277 militari degli altri 44 paesi che compongono la missione. Una missione che, sino ad oggi, ha saputo operare in un contesto profondamente mutato e più complesso rispetto a quello del 2006, sia per quanto riguarda gli aspetti della guerra siriana che hanno avuto impatto diretto sul Libano, sia per la contrapposizione sempre crescente tra Israele e Arabia Saudita da una parte e Iran dall’altra.