La guerra tra Israele ed Iran nel campo di battaglia siriano

Resta alta la tensione tra Israele e Iran nel campo di battaglia siriano. Nonostante gli avvertimenti rivolti dalla Russia ad Israele a non condurre ulteriori raid nei pressi dell’aeroporto internazionale di Damasco, la notte scorsa, l’aviazione israeliana ha condotto un esteso attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria, colpendo anche installazioni vicine all’aeroporto di Damasco.

L’azione sarebbe stata la risposta ad un lancio di un missile terra aria che nella giornata di domenica ha sorvolato la località sciistica sul Monte Hermon, prima di esser intercettato dal sistema anti missile Iron – Dome.

Fonti israeliane ritengono che quel missile sia di fabbricazione iraniana, lanciato da forze armate iraniane, e che sia stato portato in Siria con l’intento di colpire in futuro Israele. Per questo motivo le autorità israeliane hanno rivendicato senza indugi la riposta militare. Si tratta della più importante azione militare israeliana in territorio siriano dallo scorso maggio quando, a poche ore dall’annunciato ritiro statunitense dal JCPOA, le IDF avevano colpito una serie di obiettivi militari di Damasco e delle unità iraniane della forza “Quds”.

Il raid compiuto la notte scorsa, a cui hanno fatto seguito le reazioni iraniane e le minacce di distruzione di Israele da parte del Capo dell’Aviazione iraniana Aziz Nasirzadeh, conferma la volontà israeliana di colpire qualsiasi installazione iraniana in territorio siriano.

Una strategia adottata sin dal 2012 nei confronti dei movimenti degli Hezbollah in Siria, ma mai giunta ad un livello e ad una esposizione così evidente, come emerso nelle ultime ore.

Uno scenario che conferma quanto l’equilibrio di potenza tra attori regionali e milizie in Siria sia tutt’altro che acquisito, anche alla luce della decisione statunitense di ritirare i suoi 2.000 uomini impiegati ad Est dell’Eufrate a sostegno delle milizie curde nella lotta contro l’ISIS e in funzione anti iraniana.

Su questo tema è intervenuto, lo scorso 13 gennaio, lo stesso Segretario di Stato Mike Pompeo che ha sostanzialmente chiarito come l’America sia in grado di esercitare la sua azione diplomatica e, se necessario, la sua proiezione della forza anche senza il dispiegamento dei 2.000 militari in Siria.

Non è quindi un caso che l’amministrazione americana stia condizionando il via libera degli aiuti economici ad Assad per la ricostruzione del paese (stimati dall’ONU in 420 miliardi di dollari) al ritiro delle milizie iraniane, così come non sembra affatto scontato come appariva soltanto pochi giorni fa, il reintegro della Siria nella Lega araba.

Elementi che confermano, insieme alle linea rossa tracciata da Israele, quanto Washington sia intenzionata, insieme ai partner del Golfo, a mantenere un elevato livello di pressione nei confronti dell’Iran attraverso le sanzioni e, sotto il profilo militare, ad impedire la realizzazione di installazioni militari permanenti insieme allo stazionamento delle sue milizie, sul territorio siriano.

Un dossier potenzialmente esplosivo e dagli esiti incerti che potrebbe trovare in Mosca un possibile e inusuale alleato in quella che dovrebbe essere la normalizzazione della Siria di Assad.

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