Il dibattito sull’Afghanistan e le scelte improcrastinabili

La recente decisione del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta di valutare, attraverso il Comando operativo di vertice interforze (COI), l’avvio di una pianificazione per il redeployment del contingente militare italiano in Afghanistan, costituito di circa 900 militari operanti all’interno della missione della NATO “Resolute Support” (RS), presuppone una riflessione su molteplici livelli.

In primo luogo, le motivazioni, confermate dal Ministro Trenta in un’intervista pubblicata il 30 gennaio dal Corriere della Sera, vanno ricercate nella trattativa che l’amministrazione Trump sta portando avanti con i talebani con il duplice intento di ritirare le truppe statunitensi e contenere, proprio attraverso i talebani, l’espansione dell’ISIS in Afghanistan. Una strada, quella del dialogo dei talebani, che non è nuova come ricordato a Radio Radicale  dall’Ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già Vice Segretario Generale della NATO dal 2001 al 2008 e che, in ogni caso, presupporrebbe una decisione condivisa con gli altri paesi dell’Alleanza.

Su questo tema è intervenuto il Presidente afghano Ashraf Ghani Ahmadzai il quale, come riportato dal New York Times, pur auspicando un possibile dialogo con i talebani e riconoscendo il diritto degli USA ad andare via dall’Afghanistan, ha inviato una lettera al Presidente Donald Trump, proponendo una riduzione dei costi della missione, salvaguardando una minima presenza militare statunitense e manifestando una atteggiamento differente ai politici iracheni che, invece, avevano salutato in modo troppo ottimistico l’uscita di scena americana dall’Iraq.

A fronte di questa ipotesi è pacifico ritenere, indipendentemente dalle valutazioni di merito, che sarebbe assai difficile per i partner della NATO gestire un impegno militare in Afghanistan senza gli Stati Uniti. Solo per ricordare alcuni numeri, nel 2010 con Barack Obama le forze sul terreno erano circa 140.000 di cui 100 mila statunitensi. Fu proprio il prematuro ritiro intrapreso dall’amministrazione Obama a vanificare in parte gli sforzi e il prezzo pagato, in termini di vite umane, dagli alleati (più di 3.542 vittime tra i quali 54 italiani) dal 2001 ad in poi.

L’impegno delle forze alleate dal 2014 è cambiato sia in termini di presenza, circa 20.000 unità, sia in termini d’impiego, con la missione Resolute Support che, a differenza di ISAF per esser di tipo “no combat” e incentrata sull’addestramento, la consulenza e l’assistenza alle Afghan National Security Forces.

Qualsiasi operazione militare presuppone il raggiungimento di un “end state”, inteso come la conclusione del conflitto o la sua soluzione in termini favorevoli alla comunità internazionale. Le operazioni miliari, per la loro complessità nell’attuale scenario, difficilmente possono avere una scadenza prestabilita che non tenga conto della situazione sul campo. Il caso afghano, che vede impegnata la NATO e la comunità internazionale da circa 18 anni, presenta una situazione conflittuale che va avanti da oltre 40 anni, ben prima quindi dell’impegno della comunità internazionale nel 2001. Come recentemente sintetizzato dall’analista ed esperto di Afghanistan, Claudio Bertolotti, in una recente intervista, “per la NATO e per la Comunità internazionale, la guerra afghana è persa perché non può essere vinta”.

Un’espressione che fotografa la situazione sul terreno in cui, i talebani detengono il controllo di circa metà del Paese e, lo Stato Islamico – Khorasan, sta rafforzando la sua presenza in un paese che, da solo, produce circa il 92% degli oppiacei che vengono consumati nel mondo. Per quanto attiene le riflessioni in corso in Italia, il recente dibattito sull’Afghanistan può rappresentare una preziosa occasione, attraverso un serio ed alto confronto in ambito parlamentare, per cercare di definire gli elementi essenziali tesi al perseguimento degli interessi nazionali e all’individuazione degli strumenti più idonei a tale scopo. L’evoluzione dell’attuale contesto internazionale, il trend tracciato dall’amministrazione Trump su alcuni dossier, la ritrovata assertività della Russia e il ruolo di assunzione di responsabilità sempre più globali da parte della Cina impongono una seria e condivisa riflessione sul ruolo che l’Italia vuole esercitare all’interno dell’Unione Europea e nella NATO. Un ruolo che non può prescindere dell’identificazione di tutte quelle sfide non tradizionali che caratterizzano il Mediterraneo e che, proprio in virtù dell’elevato livello di complessità, necessitano molteplici approcci in cui spesso la dimensione militare è un elemento parziale, seppure rilevante, di una strategia più completa che vede impegnati molteplici soggetti. Crisi regionali, terrorismo, flussi migratori, criminalità organizzata, stati falliti, sicurezza energetica e piena libertà delle linee di comunicazione marittima sono le grandi sfide che obbligano il nostro Paese a dover riflettere sulla sua essenza e visione. La sfida, troppe volte sottovalutata, della stabilizzazione dell’Africa, così come quella dei Balcani occidentali, sono tematiche che investono direttamente la sicurezza, la stabilità ed il benessere del nostro Paese. Se è lecito porsi dei dubbi sulla capacità americana di raggiungere un accordo con i talebani senza aggravare ulteriormente le condizioni di sicurezza e stabilità del paese e senza assistere ad una nuova evoluzione e ulteriore trasformazione dell’Afghanistan in una centrale di reclutamento, addestramento e pianificazione di attività terroristiche, è altrettanto doveroso e urgente dare delle priorità alla politica estera, di sicurezza e di difesa del nostro Paese. Maggioranza e opposizioni hanno la responsabilità di riflettere e decidere, nel rispetto e nella consapevolezza che quanto è stato fatto sino ad oggi, in termini di sforzi umani, militari ed economici, rappresenta un patrimonio, un bagaglio di conoscenze e capacità che fa del nostro Paese un importante riferimento per la popolazione afghana e per la comunità internazionale.

 

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