I nuovi equilibri sul confine libanese dopo l’operazione Northen Shield

L’operazione Northen Shield, avviata lo scorso 4 dicembre dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf) con l’intento di scovare e distruggere una serie di tunnel scavati dagli Hezbollah all’interno del territorio israeliano, sembra spostare il confronto militare tra Israele e il Partito di Dio dalla Siria al Libano.

Secondo fonti militari israeliane, sebbene non costituisca più una minaccia, sarebbe stato scoperto nella notte del 15 dicembre, un quarto tunnel dopo quelli individuati nei giorni scorsi. Ad oggi, i segnali confermerebbero un incremento della retorica fatta di reciproche minacce tra Israele ed Hezbollah. Questi ultimi, a fine novembre, hanno diffuso un video, riconducibile alla campagna di guerra psicologica, in cui venivano inquadrati alcuni soldati delle Idf all’interno del quartier generale di Kirya a Tel Aviv, accompagnato dal messaggio in ebraico “se osi attaccare, te ne pentirai”. La risposta israeliana non si è fatta attendere e, appunto, all’operazione Northen Shield si è aggiunta la richiesta, rivolta dal premier Benjamin Netanyahu a Mike Pompeo, di imporre sanzioni al Libano e alle Forze Armate Libanesi (Laf) per l’azione condotta dagli Hezbollah.

Gli Stati Uniti, secondo quanto scritto su Haaretz da Yaniv Kubovich lo scorso 12 dicembre, hanno rifiutato di applicare sanzioni indistintamente al Libano e alle Laf, non riconoscendo l’equiparazione tra lo Stato libanese e gli Hezbollah, verso i quali invece verranno elaborate ulteriori sanzioni per colpire il movimento sciita sotto il profilo finanziario. La posizione statunitense è pertanto differente da quella sostenuta da alcuni esponenti del governo israeliano, quali ad esempio il ministro per l’Istruzione Bennet che sostiene che non vi sia distinzione tra Hezbollah e Libano e che quindi la milizia sciita non vada trattata “sotto il profilo militare”, come fu fatto nella guerra del 2006. Dettagli apparentemente formali, ma che in realtà confermano un differente approccio tra i principali paesi sostenitori del Libano e delle Laf libanesi, riuniti nell’International Support Group per il Libano (Isg) e di cui fanno parte Usa, Russia, Gran Bretagns, Francia, Cina, Ue, Nazioni Unite e Lega Araba, ai quali si sono poi aggiunti Italia, Germania e Banca Mondiale e la posizione d’Israele.

La questione non è di poco conto, perché è evidente che, facendo ricadere la responsabilità delle azioni degli Hezbollah sul governo libanese, quest’ultimo sarebbe chiamato a rispondere dell’accordo siglato nel 2006 che pose fine alla guerra dei 34 giorni. Accordo, è bene ricordarlo, che, grazie al lavoro del contingente internazionale di Unifil, ha garantito più di dodici anni di relativa stabilità in una delle aree più a rischio del Medio Oriente. La missione, guidata da quattro Comandanti italiani, quali il generale Claudio Graziano, il Generale Paolo Serra, il Generale Luciano Portolano e l’attuale comandante della missione il Generale Stefano Del Col, vede dispiegati circa 10.500 soldati provenienti da 43 paesi diversi, oltre ad una componente navale che pattuglia la costa in coordinazione con le forze navali libanesi. Il contesto in cui opera la missione Unifil e il suo mandato sono definiti dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Un mandato che può essere cambiato soltanto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con l’accordo dei 5 membri permanenti e la cui modifica può rimettere in discussione la contribuzione dei paesi partecipanti alla missione.

L’incontro tripartito

Va specificato che non esiste un confine legale tra il Libano ed Israele, ma solo una linea di demarcazione (Blue Line) tracciata nel 2000 dopo il ritiro delle forze israeliane dal Sud del Libano. Un’area che negli ultimi 13 anni ha vissuto il più lungo periodo di stabilità da oltre 30 anni. Un elemento di forza della missione è l’incontro tripartito, presieduto dal Comandante della missione Unifil, che è l’unico forum dove gli eserciti di Libano e Israele si incontrano periodicamente presso la linea di confine tra i due paesi, per discutere problematiche legate all’implementazione del mandato della missione, alle violazioni e a prevenire conflitti. Si tratta del più importante confidence building measure della missione poiché è l’unico forum, peraltro preso ad esempio anche in altre missioni internazionali, dove due paesi formalmente in guerra s’incontrano. Ciò avviene dal 2006 e vi sono stati più di 120 incontri, secondo la formula tripartito, senza che mai nessuno ne sia uscito.

 

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